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IL GIUBILEO DEL 1516 DI PIEVE DEL CAIRO: TESTIMONIANZE

 

La Parrocchia della Beata Vergine della Consolazione di Pieve del Cairo gode di uno straordinario privilegio: il Giubileo concessole con Bolla del 20 agosto 1516 da Papa Leone X de’ Medici, riconfermato il 4 giugno 1517.
In tale Bolla viene spiegato che il Giubileo è una indulgenza plenaria (dei peccati), usufruibile da parte di tutti coloro che “pentiti e confessati” visiteranno “con devozione” la detta chiesa e lasceranno un’offerta per la “riparazione, conservazione e accrescimento della stessa”. Due sono le date giubilari annuali: la prima domenica di giugno e la festività della Natività di Maria (8 settembre). Nella Bolla è precisato che il Giubileo è ottenibile “dai primi vespri della domenica e della detta festività, fino al tramonto del sole del giorno successivo”.
Come mai questa straordinaria elargizione a Pieve del Cairo?
Semplice e chiara la risposta che si legge sulla stessa Bolla: in segno di riconoscenza da parte del Papa mediceo per la sua liberazione dalla prigionia dei francesi. L’11 aprile 1512, Giovanni de’ Medici, quindi quasi un anno prima di diventare Papa, in qualità di cardinale Legato del pontefice Giulio II, fu preso prigioniero dai francesi alla battaglia di Ravenna e portato a Milano. Alla fine della breve permanenza a Milano, durante il tragitto verso la Francia, scortato da un esiguo (forse cinquanta arcieri, come raccontato a caldo il Da Porto), fu liberato a Pieve del Cairo sulle sponde del Po. Nella Bolla i liberatori sono indicati come il “diletto figlio” capitano Rainaldo Zazzio e “molti altri fedeli”.
Infatti i gestori del denaro raccolto, nominati sulla Bolla, erano proprio il vecchio capitano, il parroco pro tempore Jacopo Antonio de Laboranti e un suo non meglio identificato parente di nome Bernardino ed i loro eredi. La Bolla ci fornisce anche preziose indicazioni sul giorno della effettiva liberazione e cioè il 6 giugno 1512, domenica. Il testo originale della Bolla papale si trova nell’Archivio Segreto Vaticano e una copia del prezioso documento nell’Archivio parrocchiale di Pieve. Della liberazione del cardinale si sono occupati un centinaio di storici e purtroppo non sempre le versioni concordano sulle modalità con le quali è avvenuta. Si tratta di un evento di una certa rilevanza storica che ha influito pesantemente sulle fortune della casata medicea, che grazie al cardinale Giovanni riuscì nel giro di qualche mese dalla sua liberazione a rientrare trionfalmente a Firenze, ponendo fine all’esilio che era iniziato nel 1494 e a conquistare il Soglio pontificio nel marzo dell’anno successivo, 11 marzo 1513. A ricordare il Giubileo pievese ci sono attualmente a Pieve alcune testimonianze artistiche che andremo ad illustrare.
La prima è rappresentata dai bei mosaici che sono stati realizzati nel 1983 sulla facciata settecentesca della Parrocchiale, parrocchiale di impianto cinquecentesco (1518-19), quindi ben diversa da quella vista dal cardinale de’ Medici nel 1512, che era stata spazzata via da una tragica alluvione che aveva distrutto due terzi del paese. Il mosaico che si trova più in alto reca l’immagine della Beata Vergine della Consolazione, a cui è titolata la chiesa, mentre gli altri due rappresentano: la solenne concessione del Giubileo da parte di Leone X, quello centrale e l’altro più in basso, un momento della liberazione del cardinale Giovanni de’ Medici da parte dei pievesi.
Tali mosaici hanno sostituito altrettanti affreschi che erano stati realizzati dal pittore Ferdinando Bialetti nel 1893 e che purtroppo si erano deteriorati per l’esposizione alle intemperie. Il mosaico più grande, che occupa lo spazio centrale, è una sfarzosa rappresentazione della solenne concessione alla Comunità Pievese del Giubileo da parte del papa Leone X nel 1516; colpisce quel raggio di luce che attraversa tutta la scena e quel goffo faldistorio che più che riempire ingombra e disturba un pochino. L’affresco ricorda a tutti comunque la straordinarietà dell’evento. Il mosaico della liberazione è stato copiato dall’affresco del Bialetti che lo aveva preceduto sulla facciata, che a sua volta aveva ripreso il soggetto da un grande quadro settecentesco che nel 1893 si trovava appeso alla facciata interna della chiesa, sopra l’ingresso principale. Questo quadro stava in quella posizione già dal 1750, come risulta da una visita pastorale; poi finì in sacrestia perché era cascato e si era in parte rotto e dopo un restauro fu appeso nella chiesa di S. Giovanni Battista e poi nel 1893 col prevosto teologo Gerolamo Avanza fece ritorno nella parrocchiale, dalla quale purtroppo sparì non si sa bene quando. Dalle ricerche documentarie effettuate risulta abbastanza evidente che il settecentesco autore di tale quadro si era ispirato ad un bellissimo affresco che si trovava in un importante palazzo nobiliare di Cairo, palazzo Isimbardi, nel cui salone di rappresentanza è visibile. Tale affresco dal titolo: Ottaviano Isimbardi saluta il cardinale Giovanni de’ Medici, che la studiosa Odette D’Albo ha attribuito alla mano del pittore lombardo Giovanni Stefano Danedi detto il Montalto, dovrebbe essere stato eseguito nella seconda metà del Seicento, intorno al 1660-70, negli anni di maggior lustro della casata pavese. Gli Isimbardi dal 1610, già feudatari di Cairo avevano comprato dalla Camera Ducale di Milano anche il titolo di feudatari di Pieve e si fregiavano del titolo di Marchesi di Cairo. La loro influenza in campo religioso anche a Pieve risulta evidente da alcune testimonianze materiali ancora oggi presenti nella nostra Parrocchiale, come ad esempio un’iscrizione che si trova ai due capitelli dei pilastri del Sancta Sanctorum insieme a due stemmi della casata, che recita:

"Don Petrus Isimbardi Mendocia Marchio Plebis Cajri et questor Cap.ni Civitatis Messane sui districtus et constrictus etc. 1670".

Sotto a quel quadro, ora scomparso, appeso alla facciata interna della chiesa di Pieve, di cui parlavamo prima, nel 1750 c’era la seguente iscrizione:

"Tibi vero Octaviane Isimbarde Florentia Mediceum Roma purpuratum Italia Eroem orbis Leonem X debent quem scilicet profugati apud Ravennam federatorum exercitus legatum et captivum apud Bassignanam fugatis subsidio Plebis Cajri Gallicis turmis dexteram Ecclesia futuram aliquando caput patrie patrem solio solamen coll.te ...ac Parochiali spiritualium premiorum, collatorem reddidisti: Anno Domini 1512 die 11 Aprilis”.
Questa iscrizione che inneggia al valore dell’intervento di Ottaviano Isimbardi nella liberazione del cardinale de’ Medici è quasi identica a quella che si trova sotto il bellissimo affresco nel salone di rappresentanza di palazzo Isimbardi; il che potrebbe far supporre che tale quadro fosse stato donato dal buon marchese alla parrocchia di Pieve. Occorre sottolineare che la Bolla del Giubileo del 1516 attribuisce il merito della liberazione del futuro Papa mediceo a Rainaldo Zazzio ed ai pievesi, senza nominare gli Isimbardi o addirittura i Beccaria, feudatari di Pieve. Gli Isimbardi invece attraverso questa rappresentazione esaltano l’apporto del loro antenato Ottaviano e si attribuiscono i meriti della liberazione. Per dovere di cronaca occorre aggiungere che anche la prima testimonianza (coeva) a noi pervenuta della famosa liberazione del 1512, cioè quella di Luigi Da Porto, conferma questa versione dei fatti. L’autore vicentino parla infatti di un intervento importante di Ottaviano, che dopo aver liberato il cardinale insieme a Rinaldo, lo fece portare nel castello dei suoi parenti Malaspina (ndr. a Godiasco) e poi in un convento a Rivanazzano (ndr. dai frati de’ zoccoli), per poi proseguire per Piacenza dove si riposò due giorni ed infine a Mantova dove “rimesso in arnese si ste in sicura libertà” presso la corte di Francesco Gonzaga.

Risulta comunque da altre fonti che gli Isimbardi furono comunque gratificati da Papa Leone X in altro modo. Un’altra testimonianza artistica del Giubileo è rappresentata da un altro dipinto, che nel 1750 si trovava anch’esso appeso alla facciata interna della chiesa, sulla destra entrando che era così descritto nella visita pastorale: “un quadro rappresentante l’effigie di Leone decimo con in mano una carta sovra cui legonsi queste parole: Jubileum pro prima dom.ca mensis iuni et Nativitate B.V. M. Plebi Cairi, al piede legonsi quest’altre parole: "Leo X Pont. Max hanc Coll.tam et Paroch.em Ecclesiam S. Marie Plebis Cajri spiritualibus donis gratis ac privilegiis motu proprio gratitudinis signo perpetuo decoravit anno domini 1516 tertio decimo cal. 7bris confir. 1517 4 juni”.

Che, se non erro, dovrebbe essere proprio quella tela che ora si trova, restaurata, in sagrestia. Non è sicuramente un dipinto cinquecentesco, come sosteneva lo storico ottocentesco Pietro Ravasio, potrebbe quasi sicuramente essere della stessa epoca e mano del dipinto di cui abbiamo parlato sopra, e che ora non si trova più, la cui committenza potrebbe essere stata della famiglia Isimbardi o addirittura del prevosto pro tempore (ndr. Carlo Rolandi: 1707-1739 o Paolo Giacinto Colli: 1739-1752).
La tela sicuramente ha subìto ripetuti e devastanti restauri che ne hanno probabilmente snaturato l’originalità: il camauro, l’amitto che avvolge il collo del pontefice e la mozzetta non sono sicuramente quelli originali. Più cauti i ritocchi al volto, in particolare alla punta del mento, troppo pronunciata. La sedia e le maniche sembrano un impiastro di colore e ci fanno capire che chi ha fatto il restauro non era probabilmente all’altezza. Non sono noti né l’autore né come detto il
committente. Di sicuro le sembianze dell’effigiato non sono quelle di Papa Leone X, che era paffutello e con occhi sporgenti e miopi, come risulta da altri quadri che lo hanno immortalano. L’impostazione del dipinto è ispirata sicuramente dal Giulio II di Raffaello (1512) e copiato da tantissimi pittori, tra i quali Sebastiano dal Piombo, che dipinse papa Clemente VII de’ Medici, al quale sembra anche essersi ispirato l’autore del nostro quadro di Leone X. Ritorniamo all’affresco di Palazzo Isimbardi, bellissima ed elegante opera commissionata dal marchese Pietro Isimbardi al Danedi come sopra attribuito, che ha subito diversi restauri, tra cui quello del 1931 ad opera del pittore pievese Enrico Comaschi, su incarico dell’allora proprietario conte Febo Borromeo. Il paesaggio è quello del Po e dei boschi con lo sfondo del castello di Bassignana. Vi sono rappresentata tre scene: in primo piano, in atto di devozione c’è Ottaviano Isimbardi, giovane, elegante nella sua montura dorata, che si era tolto il cappello in segno di saluto, in atto di rendere omaggio al cardinale su un cavallo bianco, il quale cardinale si toglie, a sua volta, il cappello color porpora in segno di gratitudine. Vicino a lui un paggio in livrea che tiene le redini del cavallo bianco di Ottaviano, dietro il quale appaiono in tutta la loro forza due condottieri a cavallo, di cui uno coi baffi neri, vestito con corazza e cimiero e armato di tutto punto, mentre l’altro, più anziano, con barba bianca sta su un cavallo pezzato chiaro. Di fianco al cardinale ci sono due cavalieri: uno con elmo e lorica e l’altro pure con lorica ma con l’elmo in mano in segno di rispetto o saluto. La seconda scena in basso a sinistra, rappresenta in lontananza la “feroce zuffa”, con profusione di cavalli e soldati morti e insanguinati a terra, mentre il cardinale fugge sul suo cavallo bianco, guardato da Ottaviano e Rinaldo Zatti che combatte a cavallo con la spada sguainata. La terza scena, in alto a destra, invece si svolge sul Po: alcuni soldati francesi sono già sull’altra riva, in fuga ed altri, a cavallo, sono ancora sulle barche che attraversano il fiume. Sotto l’affresco appare la seguente iscrizione in latino: "Tibi vero Octaviane Isimbarde. Florentia Mediceum Roma Purpuratum Italia Heroem Orbis Leonem X debent. Quem scilicet Profligati apud Ravennam Federatorum Exercitus Legatum et captivum ad Bassinianam fugatis Gallicis turmis. Ecclesiae dexteram foturam aljquando caput reddidisti. Ex Hist. Paul Iov. et George Vasar. MDXII die XI apriles".

 

In questa iscrizione si fa riferimento ad alcune fonti storiche che parlano della liberazione e cioè quelle scritte da Paolo Giovio (anche se con riferimento errato) e da Giorgio Vasari. Errata è pure la data della liberazione del cardinale: non 11 aprile (giorno della battaglia di Ravenna), ma 6 giugno 1512. L’impostazione del componimento pittorico sembra ispirata all’affresco della Liberazione di S.Pietro dal carcere dipinto da Raffaello nel 1513-14, come primo lavoro per l’appena eletto papa Leone X de’Medici. Infatti anche quest’affresco è tripartito, ovviamente lo stile è ben diverso, ma il fatto che alludesse dalla liberazione del cardinale de’ Medici dalla prigionia dei francesi era già stato riconosciuto dal Vasari e nel Settecento da Giovan Pietro Bellori. Altra testimonianza pittorica, non a Pieve ovviamente, la fornisce Giorgio Vasari che aveva rappresentato cento anni prima del Montalto, cioè tra il 1555 e 1563, questo stesso soggetto in un ottagono sul soffitto della stanza di Leone X in Palazzo Vecchio a Firenze, ma con altri colori, altra forza espressiva. Se nell’affresco di Cairo i toni sono color pastello, riposanti, l’ambiente elegante quasi da salotto, nel dipinto vasariano trabocca la furia selvaggia di Rinaldo, al centro della scena, impavido, spada sguainata mentre tiene per i capelli un soldato francese a terra, sopra altri corpi e vicino a gente atterrita che cerca in qualche modo di proteggersi il capo o di fuggire. Dell’Isimbardi non si vedono che le mani che brandiscono la spada levata in aria prima di colpire i malcapitati soldati francesi, fra l’altro disarmati, mentre il cardinale si allontana a cavallo, avvolto dal suo abito color porpora.
Ancora Raffaello, nel 1515, su commissione di papa Leone, dipinse con l’aiuto della sua scuola una serie di 10 cartoni a colori con disegni preparatori per gli arazzi col tema degli Atti degli Apostoli, che nelle bordure inferiori avrebbero dovuto rappresentare scene della vita di Leone X. Furono trasposti in arazzo dal maestro fiammingo Peter van Aelst di Bruxelles. La bordura dell’arazzo che rappresenta la Guarigione dello storpio riporta due scene: il cardinale Giovanni de’ Medici prigioniero a Ravenna e l’altra la liberazione dalla prigionia a Pieve del Cairo. Gli arazzi originali si trovano in Vaticano e ci sono copie dell’epoca al Museo di Palazzo Ducale di Mantova. Non si conoscono altre testimonianze materiali del passaggio nel 1512 del cardinale de’ Medici a Pieve del Cairo o della concessione del Giubileo del 1516 alla Comunità pievese. Ci sono invece tantissime, circa un centinaio, testimonianze di storici, studiosi, letterati che hanno scritto sull’evento “liberazione” di cui sopra, che sono state oggetto di un memorabile convegno che si tenne a Pieve del Cairo nel 2012. Tali versioni sono raccolte nel volume degli atti del convegno dal titolo LA LIBERAZIONE DEL CARDINALE GIOVANNI DE’ MEDICI NEL 1512 A PIEVE DEL CAIRO, a cura di Mario Angeleri, edito dalla Associazione culturale Aldo Pecora di Pieve del Cairo. Risulta abbastanza strano che soltanto pochi autori che riferiscono della liberazione, parlino anche del Giubileo concesso dal Papa: Luigi Antonio Portalupi nel 1756, Pietro Ravasio nel 1887 e Felice Calvi nel 1888 e si tratta di studiosi di ambito locale. In effetti è anche sorprendente che anche nelle visite pastorali si inizi a parlare di Giubileo soltanto nel 1762, cioè dopo quasi 250 anni dalla concessione dello stesso. Forse essendo una cosa che riguardava i soli pievesi non era degna di menzione storica. Ma d’altro canto, perché non menzionarla nelle visite pastorali tra le cose che caratterizzavano la parrocchia? Forse perché non era più in vigore? Altro dubbio che riguarda il passaggio da Pieve del cardinale de’ Medici è relativo al fatto che abbia o no dormito nel borgo. Ebbene le testimonianze coeve non parlano di pernottamento e soltanto a metà Cinquecento, cioè quarant’anni dopo, Paolo Giovio dice che il prigioniero aveva dormito in “Hosteria” (“Hospitale” nella versione latina). Bisogna aspettare il pavese Anton Maria Spelta, nel 1602, per leggere che il cardinale aveva dormito nel palazzo di Gentile Beccaria. Ma lo stesso Spelta si dimostra alquanto inaffidabile nella sua spudorata, fantasiosa e incredibile rappresentazione di battaglia navale sulle chiatte del Po per liberare il cardinale, che risulta molto difficile credere alla sua versione dei fatti. È noto che fosse legato a doppio filo con la nobiltà pavese a cui appartenevano sia i Beccaria che gli Isimbardi. Solo il Pietragrassa, che apparteneva allo stesso ambito pavese lo seguì nel 1636. Il lomellino Portalupi nel 1756 parla di un pernottamento in pubblico albergo e così pure nel 1846 Giovanni Tagliacarne, pievese o meglio cairese di nascita, mentre l’aretino Angelo Fabroni nel 1797 dice che dormì in parrocchia. Infine il pievese maestro Giuseppe Ponte nel 1930 addirittura scrive che il cardinale dormì all’albergo del Falcone, che a metà Ottocento si trovava nell’attuale via Roma, nel palazzo dove poi c’è stato per tanti anni la tabaccheria Castini.

Tutti gli altri storici o studiosi, una novantina, non parlano di pernottamento a Pieve, come pure non parlano di intervento dei Beccaria nella liberazione. I Beccaria erano feudatari di Pieve, e lo saranno fino al 1590 quando morirà il conte Aureliano, poi il feudo passerà agli Isimbardi e il castello ai Guasco, castello che subirà massicci restauri soprattutto nel Settecento, tali da fargli perdere le caratteristiche di edificio militare-difensivo e da assumere quelle di residenza nobiliare.

 

Mario Angeleri
Studioso di storia locale e Presidente Associazione culturale ALDO PECORA di Pieve del Cairo (PV)

Pieve del Cairo, 6 giugno 2020

TESTIMONIANZE STORICHE-ARTISTICHE RIFERIBILI AL GIUBILEO DI PIEVE DEL CAIRO DEL 1516 E ALLA LIBERAZIONE DEL CARDINALE GIOVANNI DE’ MEDICI DEL 1512